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Angelo Maria Ricci, addio al maestro del fumetto italiano: da Martin Mystère a Diabolik

Il mondo del fumetto italiano perde una delle sue matite più versatili e silenziosamente leggendarie: Angelo Maria Ricci ci ha lasciati il 4 agosto 2025, all’età di 79 anni. Una vita spesa interamente dietro il tavolo da disegno, al servizio dell’immaginazione e della narrazione per immagini, con uno stile capace di adattarsi a generi e pubblici diversissimi.  Ricci non è stato solo un bravo disegnatore: è stato un artigiano della narrazione visiva, un autore che ha attraversato cinquant’anni di fumetto italiano passando per alcuni dei suoi capitoli più importanti. Dopo essersi formato all’Istituto d’Arte, si trasferisce a Milano nei primi anni ’70. È lì che comincia tutto: nel 1971, entra nel mondo dell’editoria come illustratore per L’Esperto, ma è l’anno dopo che prende in mano le redini del fumetto, iniziando a disegnare tascabili per adulti per la leggendaria Edifumetto di Renzo Barbieri. Parliamo di quegli albi piccoli e provocanti, che invadevano le edicole con titoli spavaldi e disegni iperrealistici: un’epoca in cui il fumetto popolare era allo stesso tempo sottovalutato e straordinariamente vitale.

Poi arriva il salto nella grande editoria. Nel 1980 Ricci entra nel pantheon della Sergio Bonelli Editore, lavorando su Mister No con una storia sceneggiata da Alfredo Castelli. È proprio con Castelli che scocca la scintilla creativa più longeva: quando nel 1982 nasce Martin Mystère, Ricci è tra i disegnatori della prima ora e firma numerosi episodi della serie fino al 1993. Quel tratto solido e chiaro, adatto tanto all’esotico quanto al misterioso, si sposa perfettamente con le avventure dello studioso dell’insolito.

Ma Ricci non è mai stato un autore da un solo progetto. Negli anni ’90 torna a collaborare con Renzo Barbieri per la serie Sphero, e intanto mette mano anche a un personaggio completamente diverso: Tiramolla, che inchiostra per la Vallardi. Un passaggio da un’estetica noir e avventurosa a un mondo più pop e surreale che dimostra tutta la sua ecletticità.

Nel 1993 chiude l’epoca Bonelli e si apre quella dei ragazzi: collabora con il Corriere dei Piccoli per disegnare Il giovane Indiana Jones, e nel frattempo lavora come illustratore per la Fabbri e la De Agostini. A cavallo del nuovo millennio Ricci si prende una pausa dai fumetti e si trasferisce a Grottammare, dedicandosi all’illustrazione scolastica per una casa editrice locale. Ma la passione per il fumetto non si spegne: nel 2001 rientra in scena in grande stile, entrando nello staff di disegnatori di Diabolik per la Astorina, dove realizza per anni le matite di tantissime storie del Re del Terrore. Dal 2008, le chine delle sue tavole sono affidate al figlio Marco: una vera staffetta familiare nel segno del fumetto.

Angelo Maria Ricci non è mai stato una star da copertina. Ma i lettori lo conoscono, eccome. Il suo segno ha viaggiato nei sogni dei lettori per decenni, accompagnandoli tra giungle sudamericane, misteri archeologici, città oscure e fumetti per ragazzi. Era uno di quei fumettisti che parlano poco ma disegnano tanto, e bene. Con la sua scomparsa, il fumetto italiano perde una di quelle figure solide e silenziose che hanno contribuito a costruire — giorno dopo giorno, tavola dopo tavola — la grande tradizione della nostra scuola.


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