Qualcosa di profondamente magnetico continua ad abitare il cinema di Ryusuke Hamaguchi, una qualità rara che negli ultimi anni ha trasformato ogni suo nuovo progetto in una specie di appuntamento collettivo per chi ama il cinema d’autore ma anche per chi, semplicemente, cerca storie capaci di restare addosso per giorni. Dopo aver attraversato l’esplosione emotiva di Drive My Car e quella sensazione sospesa e quasi spirituale lasciata da Il male non esiste, l’idea di vedere Hamaguchi confrontarsi con una produzione internazionale tra Francia e Giappone aveva già qualcosa di irresistibile ancora prima dell’annuncio ufficiale. Adesso che ALL OF A SUDDEN è pronto a debuttare in concorso al Festival di Cannes 2026 e che Teodora Film insieme a Tucker Film hanno confermato la distribuzione italiana, quella curiosità si è trasformata in un’attesa quasi febbrile, di quelle che chi è cresciuto tra sale d’essai, VHS consumate e forum di cinema giapponese nei primi anni Duemila conosce benissimo.
Fa impressione pensare a quanto Hamaguchi sia riuscito a ridefinire il rapporto tra silenzio e tensione narrativa nel cinema contemporaneo. In un’epoca dominata da immagini velocissime, storytelling ipercompresso e algoritmi che sembrano volerci convincere che ogni emozione debba arrivare entro i primi trenta secondi, lui continua a costruire film che respirano, che si prendono il tempo di osservare i volti, le pause, le esitazioni. E forse è proprio questo il motivo per cui tanti spettatori giovani oggi si stanno innamorando del suo cinema: perché dentro quella lentezza apparente ritrovano qualcosa che il linguaggio digitale ha quasi cancellato, cioè il peso reale delle persone.
ALL OF A SUDDEN sembra nascere esattamente da quella urgenza emotiva. La storia segue Marie-Lou, direttrice di una casa di cura nella periferia parigina, interpretata da Virginie Efira, impegnata a introdurre il metodo Humanitude, una filosofia dell’assistenza basata sul rispetto assoluto della dignità umana. Poi arriva Mari Morisaki, interpretata da Tao Okamoto, drammaturga giapponese malata terminale, e da lì il film cambia pelle, diventa qualcosa che sembra parlare contemporaneamente della fragilità del corpo, della distanza culturale, della paura della morte e del disperato bisogno di connessione che accomuna esseri umani separati da lingua, età e vissuti.
A leggerne la trama superficiale qualcuno potrebbe aspettarsi un classico dramma lacrimevole da festival europeo, ma chi conosce Hamaguchi sa bene che il punto non è mai “cosa succede”. Il punto è come i personaggi si guardano, come parlano, cosa scelgono di non dire. Basta ricordare la potenza quasi ipnotica delle conversazioni di Drive My Car, film che per molti di noi è stato uno spartiacque emotivo enorme. Personalmente ricordo ancora l’atmosfera stranissima con cui uscii dalla sala dopo la prima visione: Roma fuori dal cinema sembrava diversa, più silenziosa, quasi irreale. Non capita spesso che un film riesca a rallentarti il cervello in quel modo.
E infatti il dettaglio forse più affascinante di ALL OF A SUDDEN sta proprio nella sua origine. Hamaguchi e Léa Le Dimna hanno scritto il film partendo dall’epistolario reale tra Makiko Miyano e Maho Isono, pubblicato nel libro “You and I – The Illness Suddenly Get Worse”. Lettere nate durante la lotta di Miyano contro un tumore metastatico al seno, testi che riflettevano sulla malattia, sulla paura, sulla vita quotidiana che continua a scorrere anche mentre il corpo inizia lentamente a tradirti. Hamaguchi ha raccontato di essere stato profondamente colpito da quelle pagine, tanto da dedicare due anni allo sviluppo del progetto. E conoscendo il suo cinema, è facile immaginare quanto peso abbiano avuto quelle parole nel processo creativo.
Questa volta però c’è un elemento ulteriore che rende il progetto ancora più intrigante: la Francia. Non la Parigi da cartolina che Hollywood usa da decenni come scorciatoia romantica, ma una città più concreta, laterale, quasi invisibile. Hamaguchi ha dichiarato di voler mostrare una Parigi lontana dai cliché turistici, costruita attraverso quartieri vissuti, spazi periferici, luoghi normali. Ed è una scelta che racconta tantissimo del suo modo di guardare il mondo. In fondo anche il Giappone dei suoi film non è mai quello stereotipato da anime patinato o da spot turistico: è un Giappone fatto di parcheggi, strade anonime, interni silenziosi, automobili, bar qualunque, dettagli che diventano improvvisamente enormi perché attraversati dalle emozioni delle persone.
Da fan cresciuto tra cinema orientale, anime malinconici anni Novanta e quella stagione irripetibile in cui internet italiano era ancora pieno di blog cinefili scritti da insonni cronici che scoprivano Kore-eda, Kitano e Wong Kar-wai scaricando trailer in QuickTime a 240p, vedere Hamaguchi arrivare oggi a Cannes come uno degli autori più rispettati del pianeta ha qualcosa di quasi surreale. Perché fino a pochi anni fa il cinema giapponese contemporaneo, fuori dagli ambienti specializzati, in Italia era ancora percepito come territorio di nicchia. Poi è arrivato Drive My Car, sono arrivati gli Oscar, le standing ovation, il passaparola social, TikTok pieno di clip e analisi emotive, e improvvisamente tantissimi ragazzi hanno iniziato a cercare film dove i personaggi parlano davvero, soffrono davvero, esistono davvero.
Anche il cast racconta molto della natura ibrida del progetto. Virginie Efira porta con sé un’intensità emotiva che il cinema europeo contemporaneo sfrutta ancora troppo poco, mentre Tao Okamoto continua ad avere quella presenza quasi sospesa che molti ricordano da Wolverine – L’immortale e dalla serie Westworld. Due interpreti diversissime, due culture cinematografiche lontane, due modi differenti di stare davanti alla macchina da presa. Ed è impossibile non pensare che Hamaguchi abbia scelto proprio questa frizione come motore emotivo del film.
Interessante anche il discorso legato all’Humanitude, il metodo di assistenza che attraversa il racconto. Sulla carta potrebbe sembrare solo un elemento narrativo, invece diventa quasi una dichiarazione politica ed emotiva sul modo in cui le società contemporanee trattano la vulnerabilità. Chi ha vissuto davvero gli ospedali, le RSA, le lunghe attese nei corridoi sanitari sa quanto il tema della dignità umana sia qualcosa di devastantemente concreto. Hamaguchi sembra voler usare quella filosofia non come slogan, ma come lente attraverso cui osservare il rapporto tra esseri umani fragili.
E forse è proprio questo che rende il suo cinema così devastante per molti spettatori nerd cresciuti tra fantascienza, cyberpunk, anime esistenziali e videogiochi narrativi: sotto la superficie apparentemente realistica, Hamaguchi lavora sulle stesse domande che attraversano Evangelion, Ghost in the Shell o certi visual novel giapponesi dimenticati degli anni Zero. Quanto riusciamo davvero a entrare in contatto con gli altri? Quanto del nostro dolore resta invisibile? E quanto siamo disposti a vedere davvero chi abbiamo davanti?
Intanto il film arriva a Cannes con aspettative gigantesche e una candidatura alla Palma d’Oro che lo piazza immediatamente tra i titoli più osservati dell’intera edizione 2026. E conoscendo il rapporto ormai quasi rituale tra il festival francese e il cinema asiatico contemporaneo, è difficile immaginare che ALL OF A SUDDEN passi inosservato. Neon ha già acquisito i diritti per gli Stati Uniti, segnale chiarissimo di quanto il mercato internazionale creda nel progetto, mentre in Italia la scelta di Teodora Film e Tucker Film sembra quasi naturale: poche distribuzioni negli ultimi anni hanno saputo accompagnare il pubblico italiano verso il cinema asiatico d’autore con la stessa cura.
Quello che continua a colpirmi, però, è un altro dettaglio. Hamaguchi avrebbe potuto tranquillamente trasformarsi nel classico autore “festivaliero” che replica all’infinito la formula vincente dopo l’Oscar. Invece ogni nuovo progetto sembra portarlo altrove, fuori dalla comfort zone, lontano dall’autocompiacimento. Prima il minimalismo quasi spirituale de Il male non esiste, ora una coproduzione tra Parigi e Kyoto che parla di malattia, assistenza e relazioni umane. È il comportamento di un autore ancora inquieto, ancora curioso, ancora disposto a rischiare.
E in tempi in cui gran parte del cinema mainstream sembra progettato per essere dimenticato entro il weekend successivo all’uscita, quella inquietudine creativa vale tantissimo.
Adesso resta solo da capire che tipo di esperienza sarà davvero ALL OF A SUDDEN una volta arrivato nelle sale italiane. Se riuscirà a spezzarci emotivamente come Drive My Car oppure se prenderà una direzione ancora più radicale e silenziosa. Una cosa però appare già chiara: Hamaguchi continua a essere uno dei pochissimi registi contemporanei capaci di trasformare il dolore, la distanza e la fragilità in qualcosa che non schiaccia lo spettatore ma lo avvicina agli altri.
E forse, in fondo, è proprio questo che tanti di noi stanno cercando oggi nel cinema. Non soltanto storie. Non soltanto estetica. Ma opere che riescano ancora a ricordarci cosa significa guardare davvero un altro essere umano.
Su questo, la community di CorriereNerd.it secondo me avrà parecchio da dire.
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