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Alice nel Paese delle Meraviglie torna in 4K: il capolavoro Disney festeggia 75 anni di magica follia

Settantacinque anni sono un tempo stranissimo per un’opera d’animazione: abbastanza lunghi da trasformare un film in leggenda, abbastanza brevi da far sembrare che Alice stia ancora correndo dietro quel Bianconiglio con la stessa urgenza di sempre, come se il tempo, nel Paese delle Meraviglie, non avesse mai davvero imparato a scorrere in linea retta. Alice nel Paese delle Meraviglie, tredicesimo Classico Disney arrivato nelle sale nel luglio del 1951, continua a restare un oggetto narrativo impossibile da addomesticare, una di quelle opere che ogni volta sembrano cambiare forma a seconda dell’età con cui le guardi, e forse è proprio questo il suo incantesimo più potente: non si lascia mai catturare del tutto, sfugge, si contorce, ride con il ghigno dello Stregatto e ti lascia con la sensazione che qualcosa ti sia sfuggito per un soffio.

La notizia del restauro in 4K realizzato da Disney per celebrare il settantacinquesimo anniversario ha il sapore di quelle resurrezioni che fanno battere il cuore a chi ama davvero l’animazione classica. Non parliamo di una semplice rimasterizzazione cosmetica, di quelle che lucidano la superficie e basta: il team Walt Disney Restoration ha lavorato per nove mesi su una scansione digitale dei negativi originali in nitrato, ripulendo polvere, deformazioni e segni del tempo, e ricostruendo l’immagine con un’attenzione quasi filologica, confrontandosi persino con gli artwork conservati negli archivi della Walt Disney Animation Research Library per rispettare la visione cromatica originaria, quella che Mary Blair aveva immaginato con la sua tavolozza surreale e irripetibile.

E qui, da nerd cresciuta tra anime visionari, videogame pieni di mondi paralleli e cosplay cuciti fino alle tre di notte prima di una fiera, lo dico senza ironia: rivedere Alice restaurato così è come riscoprire una cutscene perduta di un JRPG mitologico. I colori esplodono in modo quasi irreale, i rosa acidi, i blu lattiginosi, i verdi ipnotici tornano ad avere quella profondità psichedelica che per decenni abbiamo solo intuito nelle vecchie edizioni home video. È impressionante accorgersi di quanto questo film fosse avanti rispetto al suo tempo. Altro che “cartone per bambini”: Alice nel Paese delle Meraviglie è una specie di proto-anime sperimentale occidentale, una fuga allucinata che oggi dialoga tranquillamente con certo surrealismo giapponese, da Satoshi Kon fino alle derive più oniriche di Masaaki Yuasa.

La cosa che mi colpisce ogni volta, e che questo restauro renderà ancora più evidente, è quanto Alice sia diversa da qualsiasi altra eroina Disney. Non è una principessa, non ha un arco narrativo rassicurante, non riceve ricompense tradizionali. Alice cade, osserva, si irrita, si perde, si annoia, si arrabbia. È una protagonista che reagisce al caos esattamente come reagiremmo noi entrando in una chat fandom impazzita alle tre del mattino dopo il leak inatteso di una nuova stagione anime: confusa, esasperata, ma incapace di andarsene davvero. In questo sta la sua modernità. Alice non conquista il Paese delle Meraviglie, lo attraversa e basta, e quel viaggio resta dentro di lei come restano dentro di noi certi sogni troppo strani per essere dimenticati.

https://youtu.be/v2aSyyY26hA

Poi ci sono loro, i comprimari che hanno smesso da tempo di essere personaggi per diventare archetipi pop. Il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile sembrano usciti da un delirante rhythm game kawaii impazzito, il Brucaliffo ha la calma criptica di un NPC che custodisce la quest più importante ma ti parla solo per enigmi, la Regina di Cuori è ancora oggi una villain perfetta, isterica e teatrale come certi boss finali che ti fanno ragequittare ma che in fondo ami proprio per questo. E lo Stregatto… lo Stregatto resta una creatura unica, quel tipo di personaggio che sembra conoscere il codice sorgente della realtà e si diverte a non fartelo leggere mai.

Disney ha annunciato che questa nuova edizione arriverà in digitale e in 4K Ultra HD Blu-ray il 5 maggio, accompagnata da contenuti extra che per chi ama scavare dietro le quinte sono praticamente tesori da dungeon segreto: materiali d’archivio, scene eliminate, commenti di Kathryn Beaumont, storica voce di Alice, e perfino contenuti musicali rarissimi che promettono di restituire ulteriore spessore a un film già densissimo. È una celebrazione che ha il sapore giusto, perché non tenta di modernizzare Alice, non la piega alle sensibilità contemporanee: la restituisce per ciò che è sempre stata, un oggetto artistico anarchico, disturbante, coloratissimo, libero.

E forse è proprio questo che continua a renderla immortale. In un’epoca in cui ogni franchise sembra avere bisogno di spiegare tutto, costruire lore, chiudere ogni buco narrativo e rassicurare il pubblico con mappe e timeline, Alice nel Paese delle Meraviglie resta fieramente indecifrabile. Non ti prende per mano. Ti scaraventa dentro e ti lascia arrangiare. È la stessa sensazione che provo davanti alle opere che amo di più, quelle che non mi danno risposte ma continuano a farmi domande anche anni dopo.

Riguardarlo oggi, in questa versione restaurata, significa anche fare i conti con quella parte di noi che ancora desidera smarrirsi senza GPS, senza tutorial, senza walkthrough. Significa ricordarsi che il nonsense può essere una forma altissima di verità, e che a volte i mondi più assurdi sono quelli che parlano meglio della realtà. Io il mio tè immaginario per festeggiare questo anniversario l’ho già idealmente versato, e voi? Tornerete anche voi a inseguire il Bianconiglio, oppure avete ancora paura di perdervi di nuovo laggiù?

Note: AI-Generated Content

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