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Addio a Alice in Borderland: tre stagioni, una ferita aperta e il confine che non smette di chiamare

Qualcosa si è incrinato la prima volta che Tokyo è apparsa vuota, silenziosa, quasi offesa. Non era solo un trucco visivo, né l’ennesima fantasia apocalittica ben confezionata. Alice in Borderland entrava sotto pelle in modo diverso, con una cattiveria lucida e una malinconia che non ti lasciava più. Tre stagioni dopo, quella sensazione è rimasta lì. Stratificata. Sporca. Irresolta. Anche ora che i giochi sono finiti davvero.

Ripensandoci, l’inizio aveva il sapore delle storie che sembrano leggere e poi ti tradiscono. Arisu non era un eroe, non lo è mai stato. Era stanco, fuori posto, inadatto. Un ragazzo che sapeva leggere i pattern dei videogiochi ma non quelli della vita. Forse per questo funzionava così bene. Vederlo sparire insieme a Karube e Chota dentro una Tokyo impossibile aveva qualcosa di stranamente intimo, come se quella città deserta fosse una proiezione collettiva di una generazione intera. La Borderland non si presentava come un inferno. Piuttosto come una domanda lasciata aperta troppo a lungo.

La prima stagione aveva l’urgenza delle cose nuove, di quelle che non chiedono permesso. Ogni gioco sembrava un’idea lanciata sul tavolo con ferocia e intelligenza, senza preoccuparsi troppo di spiegarsi. Ed era proprio lì la forza: non sentirsi presi per mano. Guardavi, respiravi a metà, accettavi le regole perché non avevi scelta. Un po’ come i personaggi. Un po’ come noi.

Poi è arrivata la seconda stagione e, senza fare rumore, la serie ha cambiato passo. Più ampia, più sporca emotivamente, meno interessata all’effetto shock e più al peso delle conseguenze. Le carte figura non erano solo un’escalation di difficoltà: erano persone. Idee incarnate. Visioni del mondo. Kyuma, soprattutto, sembrava uscito da una conversazione filosofica finita male, uno di quei personaggi che non dimentichi perché non ti dà risposte, ti toglie certezze. In quei momenti Alice in Borderland smetteva di essere “solo” un survival e diventava qualcosa di più scomodo, più adulto, più stancante anche da guardare. E andava bene così.Confesso che è stato lì che ho iniziato a chiedermi dove volesse andare davvero. Non per diffidenza, ma per affetto. Quando una storia ti prende, vuoi che sappia fermarsi. Vuoi che non si perda. La seconda stagione sembrava già una fine possibile, imperfetta ma onesta. E invece no. Anni dopo, quasi in sordina, è arrivata la terza.

La terza stagione è strana. Non nel senso negativo del termine, ma in quello instabile, quasi fragile. Sei episodi che non hanno fretta di piacere a tutti, che sembrano più interessati a scavare che a stupire. Il ritorno del Joker non è un colpo di scena urlato, è un sorriso storto. Un simbolo che ti guarda come per dire: pensavi fosse finita davvero? Qui il gioco non è più la sopravvivenza. È la memoria. È l’amore come trauma condiviso. È l’idea che forse uscire non significa salvarsi.

Arisu e Usagi non sono più quelli di prima. Sarebbe stato sospetto il contrario. Sono due persone che hanno vissuto troppo, anche se non ricordano tutto. La loro relazione non è romantica nel senso classico, è una cicatrice comune. La Borderland, in questa stagione, non sembra nemmeno un luogo. È uno stato mentale. Una soglia. Una tentazione. E la serie ha il coraggio di rallentare, di perdersi un po’, di non offrire soluzioni nette.

Quando Netflix ha confermato che la terza stagione sarebbe stata l’ultima, non ho provato rabbia. Piuttosto una specie di silenzio. Come quando finisci un gioco importante e resti davanti allo schermo anche dopo i titoli di coda, senza sapere bene perché. Sì, si poteva andare avanti. Sì, qualche porta era ancora socchiusa. Ma fermarsi qui ha un suo senso crudele e coerente.

Il bello – e il fastidio – di Alice in Borderland è sempre stato questo: non ti consola. Non ti dice che ne è valsa la pena. Ti lascia con addosso domande che non hanno una forma comoda. È una serie che parla di morte senza spettacolarizzarla troppo, di vita senza idealizzarla, di scelta come atto imperfetto. In un panorama ormai saturo di giochi mortali, ha mantenuto una voce riconoscibile, malinconica, ostinatamente umana.

Adesso resta quella carta. Il Joker. Appoggiata lì come uno scherzo che non fa ridere subito. Forse è solo un addio. Forse è un invito a rileggere tutto da capo. O forse è una provocazione lanciata a chi guarda, più che a chi produce.

La vera domanda, alla fine, non riguarda una quarta stagione. Riguarda noi. Quanto siamo disposti a restare in una storia anche quando smette di intrattenerci e inizia a rifletterci addosso? Quanto Borderland ci portiamo dietro, anche quando crediamo di essere tornati a casa?


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