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Addio a Hideki Sato: è morto il leggendario creatore di Sega Mega Drive e Dreamcast

Se sei cresciuto con il sibilo elettrico di un tubo catodico e il font blu di quel logo che urlava “SEGA!”, oggi è una di quelle giornate in cui la nostalgia morde un po’ più forte del solito. Ci ha lasciati Hideki Sato. Aveva 77 anni e, sebbene il suo nome non compaia sui poster come quello di una rockstar, è stato lui l’architetto che ha disegnato i sogni di intere generazioni di gamer. Senza di lui, probabilmente, la “Console War” degli anni ’90 sarebbe stata un noioso monologo nintendiano.

Sato era quello che nell’ambiente chiamavano, senza troppi giri di parole, il “padre dell’hardware Sega“. È entrato in azienda nel 1971, un’epoca in cui i videogiochi erano ancora oggetti misteriosi che vivevano in enormi cassoni elettromeccanici o slot machine. Pensateci: ha iniziato a lavorare prima ancora che Pong arrivasse nelle case della gente. È rimasto in trincea per oltre trent’anni, traghettando il mondo dei pixel dalle sale giochi fumose direttamente nei nostri salotti.

La sua scalata è una lezione di umiltà e visione. In una vecchia intervista a Famitsu, ricordava con un sorriso i primi passi: sapevano come costruire macchine arcade indistruttibili, ma il mondo delle console domestiche era un territorio inesplorato. Eppure, quando hanno visto che i primi esperimenti come la SG-1000 funzionavano, Sato ammise candidamente: “Abbiamo iniziato ad avere le stelline negli occhi”. Ed è con quelle stelline che ha guidato il dipartimento di Ricerca e Sviluppo dal 1989, con l’obiettivo quasi impossibile di sfidare lo strapotere di Nintendo.

Il capolavoro assoluto? Il Mega Drive (o Genesis, per gli amici d’oltreoceano). Sato seguì quel progetto come un figlio. Riuscì a portare sul mercato una macchina a 16 bit potente, aggressiva, capace di battere sul tempo la concorrenza e di regalare a Sonic una casa dove correre più veloce di Mario. Era un’epoca d’oro, dove l’hardware non era solo fredda potenza di calcolo, ma filosofia pura, un riflesso della visione dei suoi creatori.

Ma la sua firma è ovunque: dal Game Gear, quel mattoncino a colori che prosciugava pile stilo ma ci faceva sentire nel futuro, fino alle sfide tecnologiche del Saturn e della sua architettura complessa a base di CD. E poi, ovviamente, il Dreamcast. L’ultima grande corsa di Sega nel mercato hardware, una console nata troppo presto e amata troppo tardi, che ha segnato la fine di un’era ma che ancora oggi è considerata un gioiello di design e innovazione.

Sato non era solo un ingegnere; era un sognatore che sapeva far parlare i circuiti. Se oggi il gaming è quello che è, se abbiamo amato la velocità blu di un porcospino e il feeling di un controller a sei tasti, lo dobbiamo alla sua capacità di guardare oltre lo schermo. Buon viaggio, Sato-san. Grazie per averci dato le macchine con cui abbiamo imparato a giocare.


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maio

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Massimiliano Oliosi, nato a Roma nel 1981, laureato in giurisprudenza, ma amante degli eventi e dell'organizzazione di essi, dal 1999 tramite varie realtà associative locali e nazionali partecipa ad eventi su tutto il territorio nazionale con un occhio particolare al dietro le quinte, alla macchina che fa girare tutto.

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