Ho ancora l’eco di quelle immagini nella testa, il senso di inquietudine che si è insinuato sottopelle e non se n’è più andato. Chi di voi, appassionati e appassionate di storie che scavano nel torbido dell’animo umano, ha avuto modo di immergersi in A Widow’s Game? Vi dico subito che non vi siete trovati di fronte a un semplice thriller, ma a un’immersione spietata, quasi chirurgica, in uno dei casi di cronaca nera più agghiaccianti della Spagna, quello che ha trasformato la fragile infermiera María Jesús Moreno Cantó, la “Maje” per tutti, in un’inquietante “vedova nera”. Netflix, con questo film, ha dimostrato ancora una volta di saper toccare le corde giuste per chi, come noi, cerca nel cinema non solo intrattenimento, ma una riflessione su quanto di oscuro si nasconda dietro la normalità.
L’ho visto pochi giorni fa e l’impatto è stato devastante. La storia, per chi ancora non la conoscesse, ruota attorno all’omicidio di Antonio Navarro Cerdán, il cui corpo viene ritrovato brutalmente ucciso in un garage a Valencia. Il delitto di Patraix, come è stato ribattezzato. All’inizio, tutto sembra puntare a un vicolo cieco, a un crimine senza autore, ma il film, con un ritmo cadenzato e angosciante, inizia a squarciare il velo di lacrime e dolore della vedova, per svelare una trama di bugie, tradimenti e un movente così meschino da farti rabbrividire. È qui che il film raggiunge i suoi picchi più alti, mostrandoci come la polizia, pezzo dopo pezzo, ricostruisce il puzzle: l’amante di Maje, Salvador Rodrigo, un uomo accecato da un amore malato e manipolato fino a diventare l’esecutore materiale di un omicidio a sangue freddo.
La verità, raccontata da un’intercettazione telefonica che il film ci restituisce in tutta la sua glaciale lucidità, è il momento di svolta che ti fa letteralmente sobbalzare sulla sedia. In quel preciso istante, la storia smette di essere un’indagine per diventare un dramma psicologico di altissimo livello. Ho trovato magistrale la scelta del cast. Ivana Baquero interpreta Maje in modo così convincente che a tratti ho faticato a scindere l’attrice dal personaggio. Se l’avevate amata ne Il labirinto del fauno, qui la ritroverete in una veste totalmente diversa, capace di passare dalla vulnerabilità all’inquietante freddezza con una facilità disarmante. E poi Tristán Ulloa, che ci regala un Salva Rodrigo tormentato e fragile, e Carmen Machi che, nei panni dell’investigatrice Eva, è la nostra bussola morale in questo viaggio negli inferi.
La regia di Carlos Sedes è un altro punto di forza. Ha saputo tessere una tela narrativa tesa, senza mai scadere nel didascalico, e la fotografia di Daniel Sosa ci avvolge in un’atmosfera cupa e claustrofobica che fa quasi male. Quello che mi ha colpito di più, però, è la scelta di girare nei luoghi reali del crimine. Questa decisione non è un semplice vezzo estetico, ma un modo per rendere la storia ancora più tangibile, più spaventosa, trasformando la pellicola in un documento quasi spettrale che ci ricorda costantemente che ciò che stiamo guardando è accaduto davvero.
A Widow’s Game non è un film per chi cerca una storia con un colpevole e una vittima ben definiti. Qui tutto è sfumato, ambiguo, e il film ci costringe a fare i conti con la natura ambivalente del male. Ti spinge a chiederti: è Salva solo un assassino o anche una vittima? E Maje, è solo una sociopatica o anche una donna che ha saputo sfruttare le debolezze altrui? È un’opera che, una volta finita, continua a frullarti nella mente, perché ti lascia con una serie di domande a cui non puoi dare una risposta facile. E proprio per questo, per la sua capacità di scavare così a fondo, lo considero un appuntamento imperdibile per chiunque sia affascinato dalla psicologia criminale e dalla natura complessa dell’animo umano. L’ho visto, mi ha inquietato e, senza dubbio, lo rivedrei.
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