La luce di un fuoco d’artificio dura un istante, ma chiunque sia cresciuto con gli anime lo sa benissimo: certi istanti, se raccontati nel modo giusto, restano addosso più di una saga intera. A New Dawn, il primo lungometraggio diretto da Yoshitoshi Shinomiya, sembra nascere esattamente da questa intuizione fragile e potentissima, da quella strana alchimia giapponese capace di trasformare un cielo notturno, una fabbrica abbandonata, un’amicizia spezzata e una provincia che cambia faccia in una storia di formazione che parla molto più di quanto prometta sulla carta. Dal 23 al 29 luglio il film arriva nelle sale italiane come evento speciale grazie ad Animagine, la collana nata dalla collaborazione tra Dynit e Adler Entertainment, ormai diventata uno di quei nomi che gli appassionati di anime al cinema tengono d’occhio con la stessa attenzione con cui si segue l’annuncio di una nuova stagione attesa da anni.
Yoshitoshi Shinomiya non è un esordiente qualunque catapultato all’improvviso sulla scena dell’animazione giapponese. Il suo nome, per chi ama davvero guardare dentro le immagini e non soltanto attraversarle, richiama subito una sensibilità visiva molto precisa, fatta di luce, sospensione, malinconia, dettaglio pittorico. Shinomiya ha lavorato ai suggestivi flashback di Your Name, uno dei film che hanno ridefinito il rapporto tra anime, grande pubblico e immaginario romantico contemporaneo, e porta con sé quella capacità rara di usare il paesaggio non come fondale, ma come memoria emotiva. In A New Dawn questa memoria diventa materia narrativa, quasi sostanza fisica: la campagna, la fabbrica, il lago, la cittadina costiera, i pannelli solari che divorano l’orizzonte, tutto sembra parlare ai personaggi prima ancora che loro riescano a trovare le parole per farlo.
L’origine del film ha il sapore di quelle piccole epifanie domestiche che spesso raccontano più di un saggio sociologico. Shinomiya ha spiegato di aver avuto l’idea mentre era in macchina con il figlio, diretto verso il suo studio. Il bambino, guardando fuori dal finestrino, aveva scambiato un’immensa distesa di pannelli solari per il mare. Un errore innocente, tenerissimo e insieme inquietante, perché quella superficie abbagliante, liscia, ordinata, quasi irreale, aveva sostituito il verde della campagna e restituito allo sguardo un’illusione perfetta. Da lontano poteva sembrare acqua, poteva sembrare futuro, poteva sembrare purezza tecnologica. Da vicino, però, raccontava un’altra storia: quella di un paesaggio svuotato, di una trasformazione economica e urbanistica arrivata dopo il trauma del 2011, di una modernità che promette energia pulita ma lascia sul terreno domande meno pulite, più scomode, meno instagrammabili.
A New Dawn lavora proprio su questa crepa. Non demonizza il progresso con la posa nostalgica di chi vorrebbe congelare tutto in una cartolina del passato, e per fortuna non cade neanche nella trappola opposta, quella dell’entusiasmo automatico per ogni cosa che luccica di tecnologia. Il film sembra piuttosto chiedere a noi spettatori, con la delicatezza crudele dei migliori racconti giapponesi, che cosa resta di un luogo quando cambiano i suoi riti, i suoi mestieri, i suoi silenzi. Una fabbrica di fuochi d’artificio non è soltanto un edificio pieno di polvere, pigmenti e attrezzi. È un archivio di mani, di gesti tramandati, di notti d’estate, di padri e figli che magari non sono mai riusciti a dirsi tutto, di ragazzi cresciuti tra odori chimici e attese luminose, di comunità che si riconoscevano alzando lo sguardo verso lo stesso cielo.
La storia segue Kaoru, Keitaro e Sentaro, tre figure legate da un’infanzia comune e poi allontanate dalla vita, dal dolore, dalle scelte, da tutto quel casino emotivo che gli anime sanno rendere benissimo quando smettono di spiegare e iniziano a far respirare i personaggi. Kaoru è figlia di genitori che hanno lavorato per anni nella storica manifattura di fuochi d’artificio di Niura, piccola cittadina costiera giapponese sospesa tra memoria locale e trasformazioni aggressive. Keitaro e Sentaro sono i figli del proprietario della fabbrica, ragazzi cresciuti dentro quel mondo come si cresce dentro una leggenda familiare, con la sensazione che certi luoghi siano destinati a restare lì per sempre. Poi la fabbrica chiude, il padre dei due svanisce, l’equilibrio si spezza, e quel trio che sembrava indistruttibile si disperde come fumo dopo un’esplosione.
Quattro anni più tardi Kaoru torna da Tokyo. Già questa traiettoria, dalla metropoli alla città natale, contiene un intero vocabolario dell’animazione giapponese contemporanea, quello che passa da Makoto Shinkai a certi slice of life malinconici, fino alle storie in cui il ritorno non è mai davvero un ritorno, perché il posto che ricordavi non esiste più e forse, a guardarlo bene, non esistevi più neanche tu nello stesso modo. Kaoru rientra a Niura per lavorare a un evento pensato per sostituire il vecchio festival dei fuochi artificiali, ma trova davanti a sé una geografia emotiva devastata: la foresta ha lasciato spazio ai pannelli solari, il lago si sta prosciugando, la fabbrica che aveva definito la sua infanzia è destinata alla demolizione. La scadenza dello sfratto incombe come un boss finale senza barra della vita, e i tre amici si ritrovano davanti a una scelta folle, romantica, quasi anacronistica: completare e lanciare lo Shuhari, il fuoco d’artificio leggendario che rappresenta l’armonia dell’universo.
La parola Shuhari ha un peso enorme, soprattutto per chi conosce un minimo la cultura giapponese legata all’apprendimento, alla disciplina, alle arti tradizionali. Shu, Ha, Ri: apprendere la forma, romperla, trascenderla. È un concetto che nel film diventa fuoco d’artificio, gesto ereditato e tradito, promessa lasciata a metà da un padre scomparso, tentativo dei figli di capire se la tradizione possa ancora avere senso dopo essere stata ferita dal tempo. Dentro questo nome si sente già il conflitto più bello del film: non basta conservare ciò che è stato, non basta neanche distruggerlo in nome del nuovo. Serve attraversarlo, comprenderlo, sporcarsi le mani, accettare che ogni eredità viva davvero solo se qualcuno trova il coraggio di trasformarla.
Il titolo originale, Hana Rokushō ga Akeru Hi Ni, aggiunge un altro strato di poesia materiale a questa architettura di significati. Hana richiama il fiore, ma in questo contesto porta con sé l’immagine dei fuochi d’artificio, quei fiori notturni che sbocciano e muoiono nello stesso respiro. Rokushō rimanda al pigmento verde storicamente usato per colorare le esplosioni pirotecniche, mentre Akeru può evocare l’alba, l’apertura, l’inizio. A New Dawn non è quindi solo un titolo internazionale elegante e facilmente memorizzabile, ma una chiave d’accesso al senso più profondo del racconto: la nuova alba non cancella la notte, la attraversa. Nasce dopo una perdita, dopo un’assenza, dopo un mondo che ha smesso di somigliare ai ricordi.
Uno degli aspetti più affascinanti del film, almeno per chi ama l’animazione come linguaggio e non come semplice “genere”, è la sua scelta estetica. Shinomiya costruisce A New Dawn attraverso una fusione di animazione 2D disegnata a mano, stop motion, clay animation, acquerelli e tecniche analogiche, con un approccio che sembra voler restituire alla materia visiva la stessa fragilità della storia raccontata. In un mercato dove l’anime cinematografico rischia spesso di essere percepito solo attraverso la pulizia digitale, l’iper-definizione, il trailer perfetto da condividere in loop sui social, A New Dawn promette immagini con grana, profondità, respiro artigianale. Ogni fotogramma sembra pensato per portarsi dietro il segno della mano, la traccia del processo, quasi a dire che anche l’immagine, come il fuoco d’artificio, nasce da una tradizione tecnica e da un gesto umano.
Questo dialogo tra forme diverse non è un vezzo estetico da festival, almeno non sembra esserlo. La clay animation e la stop motion, accostate al disegno e all’acquerello, possono diventare strumenti perfetti per raccontare una memoria che non è mai uniforme. I ricordi non arrivano in alta definizione, arrivano a strappi, con texture diverse, con dettagli esagerati e buchi improvvisi. Un’infanzia vissuta accanto a una fabbrica di fuochi d’artificio può avere il colore saturo di una notte estiva, la consistenza ruvida di una parete scrostata, la morbidezza liquida di un cielo riflesso in un lago, l’odore quasi immaginario della polvere pirica. Shinomiya sembra voler fare esattamente questo: trasformare la forma del film in una memoria sensoriale.
La presenza di A New Dawn in contesti internazionali importanti come la Berlinale e il festival di Annecy conferma quanto il progetto abbia attirato attenzione ben prima dell’arrivo nelle sale italiane. Non si parla del solito anime-evento costruito soltanto sull’hype del fandom, ma di un’opera che intercetta il pubblico degli appassionati e quello più cinefilo, i fan di Makoto Shinkai e chi segue l’animazione d’autore, chi cerca storie intime e chi ama il grande respiro visivo del cinema giapponese contemporaneo. Animagine, portandolo in Italia dal 23 al 29 luglio, intercetta proprio questa zona di confine sempre più interessante, quella in cui gli anime non vengono trattati come contenuto di nicchia da consumare in streaming, ma come cinema da vivere in sala, con il buio attorno, il suono pieno e gli occhi puntati su uno schermo grande abbastanza da farci sentire minuscoli davanti a un’esplosione di luce.
Il cast vocale aggiunge un ulteriore motivo di curiosità. Riku Hagiwara presta la voce a Keitaro, mentre Kotone Furukawa interpreta Kaoru, portando nel film un’energia legata anche alla freschezza del debutto nel doppiaggio. Attorno a loro si muovono presenze più esperte, tra cui Miyu Irino nel ruolo di Sentaro, nome che per molti appassionati porta immediatamente alla mente una lunga storia di personaggi impressi nella cultura anime, da La città incantata a Mob Psycho 100. Takashi Okabe completa il quadro interpretando Eitaro, il padre scomparso, figura che già dalla sinossi appare come una specie di fantasma narrativo, uno di quei personaggi assenti che finiscono per occupare ogni stanza della storia.
Dietro la produzione si intravede un laboratorio internazionale molto interessante, con ASMIK Ace e Miyu Productions a sostenere un progetto che unisce sensibilità giapponese e attenzione europea per l’animazione d’autore. Il character design di Utsushita, già associato a Heavenly Delusion, promette volti capaci di abitare una storia emotivamente densa senza perdere naturalezza, mentre il contributo visivo di Akiko Majima, coinvolta anche in Suzume, suggerisce una cura particolare per quegli spazi sospesi tra realtà e percezione che l’animazione giapponese sa trasformare in pura atmosfera. La musica di Shūta Hasunuma, poi, potrebbe essere uno degli elementi decisivi per accompagnare il film fuori dalla semplice malinconia e portarlo verso una dimensione più fisica, fatta di attesa, ritmo, respiro, esplosione.
A colpire, però, non è soltanto la qualità dei nomi coinvolti. A New Dawn arriva in un momento culturale in cui molti racconti giapponesi stanno ripensando il rapporto tra catastrofe, ricostruzione e identità. Il disastro del 2011 ha lasciato un segno profondo nell’immaginario nipponico, e l’animazione ha continuato a elaborarlo in modi diversissimi, talvolta espliciti, talvolta sotterranei. Qui la ferita non viene mostrata come evento spettacolare, ma come conseguenza sedimentata nel paesaggio. Il mare scambiato per pannelli solari, la natura rimpiazzata da superfici artificiali, la riqualificazione urbana che cancella una fabbrica storica, il festival trasformato in qualcosa d’altro: sono tutti segni di una mutazione che non esplode, ma avanza. E proprio per questo fa male.
Keitaro, Kaoru e Sentaro non sembrano eroi chiamati a salvare il mondo. Sono ragazzi alle prese con qualcosa di molto più difficile: salvare un significato. Lo Shuhari non fermerà i cantieri, non riporterà indietro il padre scomparso, non farà ricrescere la foresta al posto dei pannelli solari. Però può diventare un ultimo gesto di bellezza condivisa, una dichiarazione d’amore verso ciò che è stato, un modo per dire che la memoria non deve per forza vincere contro il futuro per continuare a bruciare. Questa è la parte che, da nerd cresciuti tra anime pieni di promesse adolescenziali, festival estivi, yukata, cieli stellati e lacrime trattenute malissimo, rischia di colpire più forte: l’idea che un fuoco d’artificio possa essere insieme addio, ribellione e rinascita.
A New Dawn sembra appartenere a quella famiglia di opere che non chiedono allo spettatore di scegliere tra nostalgia e modernità, ma lo costringono a restare nel disagio fertile del mezzo. Da una parte la tradizione dei fuochi d’artificio, la manifattura, la trasmissione artigianale, il rapporto con la comunità. Dall’altra la gentrificazione, i progetti di riqualificazione urbana, l’energia solare, la necessità concreta di reinventare territori segnati da crisi economiche e ambientali. Il film non ha l’aria di voler offrire risposte facili, e questa è una buona notizia. Le opere davvero interessanti non ci accarezzano sempre nel verso giusto: qualche volta ci mettono davanti a ciò che preferiremmo non vedere, magari usando un’immagine bellissima per raccontare qualcosa di doloroso.
Per il pubblico italiano, l’uscita dal 23 al 29 luglio ha anche un valore particolare. Vedere A New Dawn in sala, dentro una programmazione evento, significa partecipare a un rito che somiglia molto al tema stesso del film. Gli anime al cinema non sono più semplici eccezioni per super fan armati di calendario e biglietto prenotato al volo, ma momenti di comunità in cui una generazione cresciuta con l’animazione giapponese incontra nuove leve abituate a scoprire tutto in streaming, TikTok, edit musicali e reaction. Portare sul grande schermo un’opera così legata alla memoria, alla materia e al paesaggio significa ricordare che certe immagini hanno bisogno di spazio, di tempo, di una sala buia e di un pubblico che respira insieme.
A New Dawn potrebbe diventare uno di quei film di cui si parla piano all’uscita dal cinema, magari senza trovare subito le parole giuste. Non l’anime da urlare soltanto per la scena più spettacolare, non il titolo da ridurre alla gif perfetta, ma un’opera da lasciar depositare. Il tipo di film che magari ti fa venire voglia di rivedere Your Name con occhi diversi, di pensare al Giappone non solo come mappa di templi, metropoli al neon e ramen notturni, ma come paese attraversato da trasformazioni durissime, da paesaggi feriti, da tradizioni che resistono finché qualcuno decide di non lasciarle morire in silenzio. E, diciamolo tra noi, questa è una delle magie più forti dell’animazione: riuscire a parlare di cementificazione, memoria collettiva, gentrificazione e crisi ambientale senza trasformarsi in lezione, ma facendoti seguire tre ragazzi che vogliono accendere un ultimo fuoco nel cielo.
Yoshitoshi Shinomiya firma quindi un debutto che sembra avere tutte le carte per entrare nella conversazione più ampia sull’anime d’autore contemporaneo. Non solo per il suo pedigree artistico, non solo per il legame ideale con Makoto Shinkai, non solo per la raffinatezza tecnica, ma perché A New Dawn intercetta una domanda che riguarda anche noi, molto più da vicino di quanto sembri: che cosa siamo disposti a perdere in nome del nuovo, e che cosa invece dovremmo imparare a trasformare prima che venga demolito senza nemmeno un saluto? Forse lo Shuhari, con la sua promessa di armonia universale, non parla soltanto ai personaggi del film. Forse parla anche a ogni community che prova a tenere insieme passato e futuro, analogico e digitale, memoria e reinvenzione, senza rinunciare alla meraviglia.
Dal 23 al 29 luglio, A New Dawn accenderà le sale italiane con Animagine, Dynit e Adler Entertainment. Il trailer lascia già intravedere un’opera sospesa tra delicatezza visiva e inquietudine contemporanea, tra formazione personale e paesaggio collettivo, tra il bagliore di un fuoco d’artificio e l’ombra lunga di ciò che rischiamo di dimenticare. Poi toccherà a noi, seduti davanti allo schermo, capire se quella nuova alba sarà soltanto uno spettacolo da ammirare o una domanda da portarci dietro tornando a casa, magari con la voglia di discuterne con altri appassionati, perché certe luci durano poco nel cielo, ma continuano a bruciare parecchio nella testa di chi le ha viste davvero.
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