Tre cifre che sembrano uscite da un rituale proibito, una di quelle combinazioni che da sempre fanno scattare qualcosa nel cervello di chi è cresciuto tra VHS horror passate di nascosto e creepypasta lette alle tre di notte, e invece stavolta diventano un progetto editoriale reale, tangibile, quasi assurdo nella sua ostinazione: se ti dicessi che qualcuno ha davvero deciso di mettere insieme seicentosessantasei storie dell’orrore, tutte lunghe esattamente seicentosessantasei caratteri, scritte da seicentosessantasei autori diversi, probabilmente penseresti a una di quelle challenge impossibili che girano online, tipo quelle che partono su Reddit e poi implodono dopo due settimane… e invece no, questa cosa esiste davvero, è uscita, si può leggere, e ha anche un nome che sembra già un portale dimensionale spalancato su qualcosa di poco rassicurante: “666 Racconti del terrore”.
Il primo pensiero, onesto, è stato molto poco romantico e molto nerd: ma come diavolo fai a coordinare una roba del genere senza impazzire? Perché già scrivere un racconto breve è una disciplina a sé, un po’ come costruire una build perfetta in un RPG con pochissimi punti abilità, figurarsi stare dentro un limite così preciso e quasi sadico come quello delle 666 battute, dove ogni parola pesa come un colpo critico e ogni frase deve funzionare al millimetro, e poi moltiplica tutto questo per centinaia di autori, sensibilità diverse, stili che vanno dall’horror puro al weird più sperimentale, passando per poesia e illustrazione… sembra quasi una boss fight editoriale, di quelle che ti fanno sudare anche se sei overlevelato.
E invece qualcuno ha deciso di provarci sul serio, e non qualcuno a caso ma una squadra che, se segui un minimo il panorama della narrativa italiana, ti suona familiare, perché dietro questa follia organizzata ci sono tre nomi che non sono nuovi a operazioni borderline tra passione e incoscienza: Paolo Di Orazio, uno che con l’horror ci gioca da prima che molti di noi nascessero, con quel retrogusto splatterpunk che sa di carta ruvida e inchiostro nero anni Novanta, e poi Marika Campeti e Claudia Myriam Cocuzza, due figure che orbitano attorno a quel mondo di scrittura e community che negli anni ha tenuto viva la narrativa di genere anche quando non era esattamente mainstream.
E qui succede una cosa interessante, perché questo progetto non nasce dal nulla ma sembra quasi un’evoluzione naturale di quelle antologie “365 racconti” che giravano negli ultimi anni, solo che qualcuno ha deciso di alzare il livello di difficoltà come se fosse una run in modalità hardcore: più storie, più autori, meno spazio, più pressione creativa, come se si fosse passati da una stagione standard a una nuova partita plus con tutti i nemici potenziati.
Il risultato, almeno sulla carta, è qualcosa che non si legge come un libro tradizionale ma più come una sequenza di micro-incubi, flash rapidissimi, schegge di paura che arrivano, colpiscono e spariscono prima ancora che tu riesca a metabolizzarle, un po’ come lo scroll infinito sui social ma trasformato in letteratura horror, dove invece di meme e video di gatti trovi suggestioni disturbanti, immagini che ti restano appiccicate addosso, finali che ti costringono a fermarti un secondo prima di passare al prossimo racconto.
Ed è proprio questo ritmo che mi fa pensare a quanto sia cambiato il modo in cui consumiamo storie, perché se ci pensi bene questo formato è stranamente contemporaneo, quasi figlio della stessa logica che ha reso popolari i reel, i thread brevi, le narrazioni condensate, solo che qui invece di perdere profondità la storia la concentra tutta in un colpo solo, come un jumpscare ben piazzato o una scena di Junji Ito che ti resta in testa per giorni.
E poi c’è quella cosa, sottile ma fortissima, del numero stesso, quel 666 che non è solo un gimmick ma diventa parte dell’identità del progetto, un elemento che gioca con l’immaginario collettivo, con tutta quella cultura horror che va dai film di serie B alle leggende urbane, passando per il metal, i manga dark e le creepypasta più disturbanti, creando un filo invisibile che lega tutto insieme e trasforma l’antologia in qualcosa che sembra quasi un oggetto rituale più che un semplice libro.
Dietro le quinte, però, la parte più affascinante resta quella umana, perché per arrivare a quei 666 racconti qualcuno ha dovuto selezionare, leggere, scremare, scegliere tra più di mille proposte, una specie di torneo narrativo dove non vince chi fa più rumore ma chi riesce a colpire davvero in uno spazio minuscolo, e questo dice molto su quanto lavoro invisibile ci sia dietro un progetto del genere, un lavoro che non si vede quando sfogli le pagine ma che si sente nel ritmo, nella varietà, nella sensazione che ogni pezzo sia lì per un motivo preciso.
Marika Campeti, con quel background che mescola scrittura, spettacolo e persino danza, porta dentro questa operazione una sensibilità quasi coreografica, come se ogni racconto fosse un movimento, un passo in una sequenza più grande, mentre Claudia Cocuzza, con il suo percorso che parte dalla scienza e arriva alla narrativa, aggiunge quella precisione quasi chirurgica che serve quando devi tenere insieme qualcosa di così complesso senza farlo collassare su se stesso, e poi c’è Di Orazio, che in questo contesto sembra quasi il boss finale, uno che l’horror lo mastica da decenni e che qui contribuisce a dare un’identità forte a tutto il progetto.
Alla fine, quello che resta non è solo la curiosità per un numero “maledetto” o per una sfida tecnica vinta, ma la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che racconta molto anche del momento in cui viviamo, un periodo in cui le storie si accorciano, si frammentano, cambiano forma, ma non perdono la capacità di farci provare qualcosa, anzi forse diventano ancora più intense proprio perché devono farlo in meno spazio.
E allora mi viene da chiedermi, quasi come si fa dopo aver finito una serie che ti ha preso troppo, quanto sia sostenibile leggere 666 storie dell’orrore una dietro l’altra senza iniziare a guardarti le spalle, quanto questo formato possa influenzare chi scrive e chi legge, e soprattutto quale di questi micro-racconti finirà per restarti in testa più degli altri, perché alla fine è sempre lì che si gioca tutto, nel momento in cui chiudi il libro e qualcosa continua a muoversi dentro, anche se non sai bene cosa.
Forse è proprio questo il vero esperimento riuscito, più ancora dei numeri e della logistica: trasformare la lettura in una sequenza di piccoli shock emotivi, una maratona dell’inquietudine che non si esaurisce con l’ultima pagina ma ti accompagna un po’ oltre, come succede con le cose fatte bene.
E adesso la domanda passa a te, senza filtri: riusciresti a leggerli tutti di fila, o ti fermeresti a metà perché uno di quei racconti, proprio quello lì, ha fatto centro più del previsto?
Scopri di più da CorriereNerd.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.









Aggiungi un commento