Ci sono storie che non nascono per intrattenere, ma per trattenerti. Ti prendono per il bavero, ti tengono lì, con la sensazione che spegnere la luce non sia più un gesto automatico. 100 storie dell’orrore prima di morire appartiene esattamente a questa categoria. E non perché voglia spaventare a tutti i costi, ma perché gioca con qualcosa di più sottile: l’idea che raccontare sia già un atto pericoloso. Il manga di 100 storie dell’orrore prima di morire, pubblicato in Italia da J-POP Manga, prende spunto da una delle tradizioni più inquietanti della cultura giapponese, quella delle cento storie raccontate al buio, una candela spenta dopo l’altra, fino a lasciare la stanza in una penombra che non è più solo fisica. È un rituale, una sfida, una leggenda urbana che dice che alla fine qualcosa — o qualcuno — si manifesterà davvero. Non è importante se sia vero. È importante che ci si creda abbastanza da continuare.
Yuma, il protagonista, parte da un punto che fa male anche solo a pensarci. È sul bordo, letteralmente. Sta per buttarsi giù da una finestra quando quella diceria gli attraversa la mente come un appiglio improvviso. Non la salvezza, non la redenzione. Una storia. Anzi, cento. Raccontarle diventa una ragione per rimandare, per restare. Per vedere cosa succede se si arriva fino in fondo.
Ed è qui che il manga smette di essere solo una raccolta horror e inizia a lavorare sottopelle. Perché ogni racconto non è isolato, non è un semplice esercizio di stile. C’è una cornice che si incrina, lentamente, volume dopo volume. La cameretta di Yuma non resta un luogo neutro. Le storie cominciano a filtrare nella realtà, come se la narrazione avesse deciso di non rispettare più i confini. È un’idea antica, certo, ma maneggiata con una consapevolezza molto moderna, quasi crudele.
Leggendo viene naturale pensare a Junji Ito, e non solo per le atmosfere o per quella sensazione costante di disagio che cresce invece di esplodere. Qui l’orrore non è mai solo nel mostro o nel fantasma. È nella ripetizione, nell’attesa, nel gesto quotidiano che si carica di un significato sbagliato. In questo senso 100 storie dell’orrore prima di morire sembra davvero un’eredità spirituale, non un’imitazione. Non cerca di replicare, ma di dialogare.
La cosa che colpisce di più, però, è sapere che questa è la prima vera incursione nell’horror per Anji Matono. Chi la conosceva per opere più leggere potrebbe restare spiazzato. Qui non c’è ironia di sicurezza, non c’è la mano che ti accompagna. C’è il rischio, e si sente. Forse è anche per questo che la serie ha attirato l’attenzione in Giappone, arrivando a farsi notare ai Next Manga Award per più anni di fila. Non sembra un progetto costruito a tavolino, ma una deviazione necessaria.
Il formato antologico, dieci storie per volume, dieci volumi in totale, funziona proprio perché non dà respiro. Ogni racconto è una candela che si spegne. E mentre leggi, inizi a contare anche tu, magari senza rendertene conto. Non per arrivare alla fine, ma per capire se avrai il fegato di farlo.
L’arrivo in Italia segna uno di quei momenti in cui il catalogo horror manga si arricchisce di qualcosa che non punta solo sull’effetto shock, ma su una costruzione lenta, quasi rituale. Non è una lettura da pausa pranzo distratta. È qualcosa che ti porti dietro, che resta lì anche dopo aver chiuso il volume.
E alla fine la domanda non è se queste storie facciano paura. La vera domanda è un’altra, ed è quella che resta sospesa, come una stanza ormai al buio: quante storie servono, davvero, per attraversare il confine? E se siete arrivati fin qui, la conversazione è aperta. Avete mai sentito il bisogno di continuare a raccontare solo per non spegnere l’ultima candela?
Scopri di più da CorriereNerd.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.










Aggiungi un commento