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100 metri – Hyakuemu: il manga che corre verso gli Oscar e ti lascia senza fiato

Velocità. Talento. Rivalità. Amicizie che iniziano con una stretta di mano e finiscono con il rumore secco di scarpe che mordono il tartan pochi istanti prima dello sparo di partenza. Basta davvero pochissimo perché uno spokon riesca a trasformarsi in qualcosa di più grande, qualcosa che smette di parlare soltanto di sport e inizia a scavare dentro chi legge. È esattamente la sensazione che lascia addosso 100 metri – Hyakuemu, il manga di Uoto che J-POP Manga porta finalmente in edizione italiana, regalando ai lettori italiani uno degli spokon più intensi, stranianti e umanamente devastanti usciti negli ultimi anni.

Chi aveva già incontrato Uoto attraverso Il movimento della Terra probabilmente sospettava che non sarebbe arrivata la classica storia sportiva fatta di urla motivazionali, allenamenti epici e pose da poster. Quel manga aveva già dimostrato una cosa fondamentale: questo autore non racconta semplicemente eventi, ma usa le storie per mettere sotto pressione le emozioni umane, quasi come se ogni personaggio fosse un esperimento emotivo immerso in una realtà più grande di lui. Con Hyakuemu tutto questo si sposta sulla pista d’atletica, ma il risultato rimane lo stesso. Anzi, forse diventa ancora più feroce.

Perché cento metri sembrano niente. Una distanza minuscola. Ridicola persino, se confrontata con l’immaginario epico delle maratone infinite o dei tornei interminabili degli anime sportivi che ci hanno accompagnato per anni. Eppure dentro quei pochi secondi Uoto riesce a infilare ansia, desiderio, rabbia, solitudine, euforia e paura di perdere. Non perdere una gara. Perdere sé stessi.

Togashi è uno di quei personaggi che nei manga sportivi classici verrebbero presentati come il “prescelto”. Corre in maniera naturale, quasi istintiva. Vince senza pensarci troppo, come se il suo corpo sapesse già cosa fare prima ancora che il cervello elabori il comando. Attorno a lui si crea subito quella strana aura che ogni appassionato di anime e manga riconosce al primo sguardo: il talento puro che sembra intoccabile. Eppure Hyakuemu non glorifica mai davvero il dono naturale. Lo osserva. Lo mette in discussione. Lo costringe a confrontarsi con qualcosa di molto più complesso.

Poi arriva Komiya. E qui cambia tutto.

Non possiede la grazia atletica di Togashi, non sembra nato per dominare la pista e non ha quell’eleganza quasi cinematografica tipica dei protagonisti imbattibili. Però possiede fame. Una fame autentica, ruvida, quasi scomoda da guardare. Il loro incontro non diventa soltanto il motore narrativo del manga, ma una collisione emotiva che cresce pagina dopo pagina fino a trasformarsi in qualcosa di quasi doloroso.

La cosa incredibile di 100 metri – Hyakuemu è che riesce a raccontare la competizione senza trasformarla in spettacolo superficiale. Qui non esistono davvero vincitori assoluti. Ogni corsa lascia cicatrici invisibili. Ogni traguardo raggiunto sembra chiedere un prezzo personale. Uoto prende il concetto stesso di rivalità e lo smonta pezzo dopo pezzo, mostrando quanto sia sottile il confine tra voler superare qualcuno e aver bisogno disperato della sua esistenza per capire chi sei davvero.

Leggendo alcune sequenze ho avuto addosso quella sensazione strana che anni fa mi lasciavano certi anime sportivi più introspettivi, quelli che ti facevano riflettere anche ore dopo aver spento la televisione. Un po’ Ping Pong the Animation, un po’ certe atmosfere emotive di Run with the Wind, ma con una freddezza tutta sua, quasi chirurgica. Hyakuemu non cerca di consolarti. Ti lascia lì, fermo sulla linea di partenza, mentre osservi i personaggi consumarsi nella ricerca di un significato.

E forse è proprio questo il motivo per cui il manga è esploso anche fuori dal classico circuito degli appassionati di spokon.

La serializzazione originale su Magazine Pocket di Kodansha tra il 2018 e il 2019 aveva già attirato attenzione critica importante, culminata con il Premio Special Encouragement al 97° New Face Award di Kodansha, ma negli ultimi mesi la serie è tornata prepotentemente sotto i riflettori grazie all’adattamento anime distribuito da Netflix. E qui bisogna fermarsi un attimo, perché il film animato di Hyakuemu ha fatto qualcosa che ormai si vede raramente nel panorama anime contemporaneo: ha avuto il coraggio di essere diverso davvero.

La scelta del rotoscopio ha diviso molti spettatori all’inizio, come accade sempre con le produzioni che cercano di rompere le abitudini visive del pubblico. Però bastano pochi minuti per capire il senso di quella decisione artistica. La corsa in Hyakuemu non deve sembrare spettacolare. Deve sembrare reale. Pesante. Imperfetta. Umana.

I movimenti dei corridori hanno attrito, esitazione, stanchezza. Ogni falcata comunica fatica vera, e questa fisicità rende ancora più potente il conflitto interiore dei personaggi. Alcune scene trasmettono quasi disagio per quanto riescono a infilarti mentalmente dentro la pista, facendoti percepire il peso del corpo e il rumore del respiro come se fossi tu a correre.

Non sorprende troppo sapere che il film sia entrato nella shortlist dei possibili candidati agli Oscar 2026. Ridurre tutto alla tecnica sarebbe però un errore enorme. Il vero colpo emotivo arriva dalla scrittura. Dal modo in cui Hyakuemu parla del tempo.

Perché alla fine quei cento metri sono anche questo: tempo puro. Tempo concentrato. Tempo che decide chi diventerai.

Viviamo in un periodo storico ossessionato dalla velocità. Scrolliamo contenuti in continuazione, divoriamo serie TV a ritmo industriale, passiamo da un trend all’altro senza fermarci mai davvero a sentire qualcosa fino in fondo. Persino la cultura nerd è diventata spesso una corsa continua tra hype, classifiche, recensioni lampo e discussioni consumate nel giro di ventiquattro ore. Dentro questo caos, leggere un manga che trasforma pochi secondi di corsa in una riflessione esistenziale quasi fa effetto straniante.

Ed è qui che Uoto colpisce più duro.

Perché Togashi e Komiya non stanno correndo soltanto contro un cronometro. Corrono contro la versione precedente di sé stessi. Corrono contro il passato, contro le aspettative, contro la paura di non essere abbastanza. E ogni volta che si ritrovano uno davanti all’altro, il manga sembra chiedere silenziosamente al lettore una domanda fastidiosa: cosa succede davvero quando la persona che ti ha aiutato a crescere diventa anche quella che devi battere?

Una roba del genere non la dimentichi facilmente.

Sapere che l’edizione italiana arriverà raccolta in due volumi completi rende tutto ancora più interessante, perché Hyakuemu sembra il tipo di opera destinata al binge reading compulsivo. Uno di quei manga che inizi “solo per dare un’occhiata” e che poi ti trascinano avanti fino a notte fonda, mentre continui a ripensare a dialoghi, sguardi e silenzi molto più di quanto ti aspettassi.

E la cosa bella è che non serve nemmeno essere appassionati di atletica per entrarci dentro. Anzi. Probabilmente il manga funziona proprio perché usa lo sport come linguaggio universale per parlare di altro. Di crescita. Di identità. Del bisogno disperato di essere riconosciuti da qualcuno che consideriamo importante.

Da fan degli spokon devo ammettere che opere così stanno diventando sempre più rare. Molti titoli recenti puntano sull’effetto spettacolare immediato, sulla scena virale pronta per TikTok o sulla battuta iconica da trasformare in meme. Hyakuemu invece rallenta. Respira. Ti costringe ad ascoltare il rumore mentale dei personaggi.

Ed è assurdo quanto riesca a essere intenso pur raccontando una distanza che dura meno di dieci secondi.

Forse è proprio questo il suo superpotere narrativo.

La community italiana dei manga secondo me reagirà in modo molto interessante a questa uscita. Alcuni lo ameranno immediatamente come nuovo cult sportivo, altri probabilmente rimarranno spiazzati dal tono introspettivo e quasi malinconico della storia. Però ho la sensazione che molti lettori finiranno per riconoscersi nei personaggi più di quanto vorrebbero ammettere. Perché tutti, almeno una volta, abbiamo avuto qualcuno davanti a noi che rappresentava contemporaneamente un amico, un rivale e uno specchio impossibile da ignorare.

E allora quei cento metri smettono di essere soltanto una gara.

Diventano memoria. Crescita. Dolore. Ossessione.

Diventano vita compressa tra uno sparo e un traguardo.

E adesso sono davvero curioso di vedere quanti lettori italiani usciranno da questa corsa con il fiato corto.

Note: AI-Generated Content

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